La seconda sezione della mostra conduce il visitatore alla scoperta di un Medioevo che tra Ottocento e Novecento venne rievocato, reinventato e trasformato in simbolo identitario per la città di Feltre.

In un’epoca segnata dal Romanticismo, dal Risorgimento e poi dalla costruzione dello Stato unitario, la città si trovò a fare i conti con la perdita irreparabile del proprio patrimonio medievale, devastato dall’incendio del 1510, e con l’urgenza di colmare quella frattura della memoria attraverso le immagini, i monumenti e i racconti. Laddove mancavano i documenti e le pietre, si fece strada la forza dell’immaginazione e della celebrazione, che permise a Feltre di riscoprirsi come «piccola città dai grandi uomini», capace di offrire alla storia di una nazione ancora in nuce figure di valore universale.

In questo contesto emersero tre protagonisti assoluti: l’umanista e pedagogo Vittorino da Feltre, il ‘prototipografo’ Panfilo Castaldi e il beato Bernardino da Feltre, che diffuse i Monti di Pietà. Attorno a loro, la città costruì un vero e proprio pantheon laico e civile, destinato a plasmare la coscienza civica e a proiettare Feltre oltre i suoi confini.

La riscoperta di Vittorino da Feltre, pedagogo di fama internazionale e orgoglio cittadino, rappresenta il cuore di questa narrazione. Già celebrato dal Rinascimento, nell’Ottocento la sua figura tornò a imporsi come modello educativo e morale, esempio di virtù civiche e di impegno formativo. La necessità di fissarne i tratti in un’iconografia stabile si tradusse nella produzione di incisioni, dipinti, medaglie e sculture che avrebbero definito anche nella tradizione locale la sua immagine, pescando dalle rappresentazioni note. A questa iconografia fanno dunque riferimento l’incisione di Fusinati, con la matrice in rame esposta in mostra, quella di Berton e Nani, la replica della medaglia del Pisanello (donata a inizio Novecento da Venezia a Feltre), mentre il bulino su rame di Conquy si discosta dalla tradizionale iconografia vittoriniana. L’olio del pittore locale Giuseppe Cason denota comunque come l’immagine del Rambaldoni, in questo caso plasmata a partire dalla statua eretta in Piazza Maggiore, fosse ormai diffusa e acquisita all’immaginario comune.

Accanto a Vittorino, la figura di Panfilo Castaldi assunse un rilievo crescente, intrecciandosi con le rivendicazioni culturali dell’Italia post-unitaria. Attribuirgli l’invenzione della stampa, in concorrenza con Gutenberg, significava assegnare a Feltre e all’Italia un primato assoluto nella modernità. Questa disputa, alimentata da eruditi locali e nazionali, trovò in Antonio Vecellio uno dei suoi sostenitori più convinti. Vecellio, sacerdote, storico e intellettuale, seppe leggere la vicenda di Castaldi come parte di un progetto identitario: trasformare un tipografo di provincia in simbolo universale dell’ingegno italiano. La tela di Sanquirico, traduce visivamente questo mito: Castaldi riceve le patenti di stampa dal duca Galeazzo Maria Sforza, in una scena che mescola suggestione quattrocentesca e teatralità ottocentesca.

Bernardino Tomitano, detto da Feltre, completava il trittico degli eroi civili e religiosi della città. Predicatore e fondatore di Monti di Pietà, il frate divenne nell’Ottocento il simbolo della virtù francescana e della solidarietà sociale. Le sue immagini, dal battente in bronzo seicentesco al bulino di Bortignoni fino all’acquaforte di Angeli, furono riprese e rilanciate in chiave moderna, come strumenti di edificazione morale e di orgoglio cittadino.

Il ruolo di Antonio Vecellio in questa stagione è impossibile da sottovalutare. Nato nel 1837 e vissuto fino al 1912, egli fu al tempo stesso sacerdote, storico, poeta e instancabile animatore culturale. La sua opera di editore della Historia Feltrina di Antonio Cambruzzi diede nuovo rilievo a un testo seicentesco fondamentale.

La sua visione del Medioevo era profondamente romantica: non il semplice recupero di un passato remoto, ma la creazione di un immaginario vivo, capace di parlare al presente.

Non meno importante fu il programma monumentale che tra gli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento trasformò la principale piazza di Feltre in un palcoscenico di memoria civica. Le statue di Corti dedicate a Vittorino e a Castaldi, inaugurate nel 1868 in Piazza Maggiore, non erano semplici opere d’arte, ma veri e propri simboli politici e identitari. Il modello in gesso della statua di Vittorino, conservato ed esposto in mostra, documenta il processo creativo e le vicende storiche della statua.

Il percorso della mostra – oltre all’olio di Cason e alla replica della medaglia del Pisanello – si arricchisce anche di testimonianze successive, come la medaglia in argento di Remo Luca del 1930, raffigurante Vittorino accanto al centauro Chirone. Qui il mito pedagogico si rinnova in chiave universale: il maestro feltrino viene accostato al maestro mitologico degli eroi greci, precettore di Esculapio, Ulisse, Peleo e Achille.

Il Medioevo di Feltre, così ricostruito, non è quello delle cronache medievali, ma quello dell’immaginario ottocentesco: un Medioevo inventato, reinterpretato, eppure capace di diventare realtà, di incidere sulla vita culturale e sociale della città.

In questa stagione in cui si attinse al «serbatoio di mito identitario» medievale, Feltre, «piccola città dai grandi uomini», ha saputo dare forma al proprio Medioevo attraverso le immagini, le parole e le celebrazioni, elevandolo a punto di riferimento della storia cittadina e condizionando la visione storiografica, ma anche quella culturale, sociale e civica, successiva.